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Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un “racconto” e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual’è la sua storia, la sua storia vera, intima?” poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi – attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; e, non ultimo il nostro discorso, i nostri racconti orali. Dal punto di vista biologico, fisiologico, noi non differiamo molto l’uno dall’altro; storicamente, come racconti, ognuno di noi è unico.

Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi – possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo “ripetere” noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé.

Privato di continuità, di un racconto interiore calmo e ininterrotto, egli è spinto a una sorta di frenesia narrativa. […] Incapace di conservare un racconto o una continuità autentici, incapace di conservare un autentico mondo interiore, egli è indotto a un proliferare di pseudo-racconti, a una pseudocontinuità, a pseudomondi popolati di pseudopersone, fantasmi […] Il mondo scompare continuamente, perde significato, svanisce – e lui deve cercare un senso, costruire un senso, disperatamente, inventare di continuo, gettando ponti di senso sopra abissi di insensatezza, sopra il caso che si spalanca incessantemente sotto di lui.

 

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello